Pulizia semantica: chiamiamo le cose con il loro nome

Sempre caro mi fu quest’ermo colle…

Che bello sedersi su una collina e guardare l’orizzonte. Lasciar fantasticare la mente. Raccogliere suggestioni nel profondo.

Nell’hinterland milanese sembra arduo trovare luoghi che sappiano creare queste atmosfere e nei quali rintracciare una nostra continuità con l’ambiente (non necessariamente solo naturale) o addirittura con il mondo. Arduo ma non impossibile, magari a condizione di limitare le proprie aspettative.

Accontentandosi, tra i paesi e le cittadinotte sparpagliati e confliggenti di quella che fu la campagna a nord di Milano, si trovano abbastanza spesso aree verdi o campi coltivati dove, passando al mattino presto, si può ancora osservare la bruma che sale dall’erba, qualche vetusto reperto di civiltà contadina, una coppia di cornacchie gracchianti . E, immancabilmente, sullo sfondo il profilo inconfondibile del capannone o delle villette a schiera o, più spesso, della sequenza di palazzine a 5 o 6  piani che sono la periferia del paesotto limitrofo. Le emozioni suscitate dalla bruma impalpabile svaniscono nel campo lungo che conduce lo sguardo a sbattere contro la frastagliata cortina del costruito. La spiacevolezza risiede essenzialmente nel disordine edilizio, non tanto nel fatto che si tratti di oggetti costruiti.

Molte amministrazioni comunali, con il beneplacito della Provincia, hanno denominato parchi queste flebili rimanenze rurali, li hanno perimetrati sulle cartografie dei piani e ne hanno fatto dei PLIS, Parchi Locali di Interesse Sovraccomunale.

Area residuale tipica dell'hinterland milanese

Nelle aree metropolitane, siamo stati da decenni convinti a chiamare “parco” ciò che parco non è. La forza delle parole reiterate nel lungo periodo è micidiale: modifica le menti. Se da un lato è evidente l’intenzione di qualificare come parco un’area prevalentemente  inedificata allo scopo, condivisibile, di preservarla dall’erosione del costruito, dall’altro, implicitamente, questo slittamento semantico ci segnala un fatto molto grave: l’inefficacia della pianificazione urbanistica che, se vuole conservare le qualità ambientali di un’area inedificata e quindi molto appetitosa, non può far altro che gonfiare il senso delle parole e imporre dei vincoli assoluti e spesso esagerati. O per lo meno inintelligenti rispetto al valore urbanistico che queste aree infraurbane potrebbero avere se fossero sapientemente giocate e urbanisticamente governate nell’interesse della collettività. Ma gli enti locali italiani difficilmente sanno indirizzare in modo trasparente e positivo iniziative efficaci di trasformazione del proprio territorio, che invece è quasi sempre interpretato come merce di scambio e di emungimento di oneri. Anche se, in verità, questi enti sono spesso stretti tra bilanci scheletrici, viluppi normativi e conflitti tra le competenze dei livelli amministrativi in cui si articola la PA italiana. Con buona pace della sussidiarietà.

Ma, perdindirindina, cerchiamo almeno di avvicinare i nomi alle cose e le cose ai nomi. Perché altrimenti si produce confusione, si creano false aspettative, si ingenerano posizioni ideologiche d’accatto.

Quegli spazi senza case e senza capannoni nel nord Milano, che oggi  paradossalmente ci sembrano dei vuoti, incastrati tra i margini delle periferie cancerose di quelli che erano i borghi suburbani, non sono parchi, orribilmente acronimizzati in PLIS. A tutti gli effetti sono quel che resta del territorio rurale del tempo andato. Dunque chiamiamoli in un modo corretto e rispettoso del senso e della storia: campagna residua.

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