Buon compleanno, Italia! E l’architettura e il territorio possono festeggiare?

Italia 1843

Ha senso celebrare il 150° anniversario dell’unità del nostro paese? In questa epoca di turpitudini istituzionali e di buio progettuale verso un futuro condiviso ha senso eccome. Con buona pace dei localismi di ogni genere, le sfide del primo secolo del terzo millennio sono in buona parte giocate sulle quantità: ve la immaginate voi un’Italia divisa in nove staterelli (come era prima del 1861), ovviamente dominati o asserviti a potenze straniere, che si confronta con USA, Cina e Brasile? Siamo seri…

Quindi evviva l’Italia unita!

Possiamo rallegrarci altrettanto per quanto è stato realizzato in Italia dal 1861 ad oggi per quanto riguarda architettura e paesaggio? Non proprio e siamo tra i pochi tra le nazioni cosiddette evolute. Infatti sono molti i paesi che nel corso degli ultimi 150 anni hanno accresciuto il proprio patrimonio architettonico, conseguendo talvolta risultati notevoli sia come estetiche innovative che sul versante dei valori collettivi (qualità urbana e territoriale, rappresentazioni del moderno, ma anche valore immobiliare tout court).

Negli ultimi 150 anni, noi, che eravamo i più ricchi, ci siamo crogiolati nei fasti del passato o abbiamo spesso ceduto alla bramosia della speculazione. Nel complesso abbiamo preservato poco e spesso in modo maldestro i nostri tesori, prevalentemente secondo un’accezione monumentalistica, non valutando sul lungo periodo il pregio anche economico, oltre che artistico, del nostro passato e, soprattutto, del paesaggio antropizzato: le eccezioni di Erice, Venezia, Siena o Volpaia sono lì a ricordarcelo. Italy: a country shaped by man, era il titolo di una mostra promossa dalla Fondazione Agnelli e che dal 1982 ha girato per i cinque continenti.

Abbiamo completamente smarrito questa capacità secolare di plasmare il territorio con lentezza e con sapienza, che aveva contraddistinto tutta la storia dell’Italia preunitaria.

In un secolo e mezzo, sotto la pressione di imponenti cambiamenti sociali (crescita demografica, migrazioni, industrial esimo, corsa al benessere, ecc) lo strapotere dell’economia e della tecnica [1] ha quasi sempre prevalso, peraltro assecondato dalle tendenze culturali che si sono succedute nel tempo: Tardo Eclettismo, Razionalismo, Post Modern e, più recentemente, il trend egolatrico neo-monumental-comunicazionale delle archistar e dei loro emuli. Il tutto condito da dispute spesso ideologiche tra gli opposti estremismi dello sviluppo irrefrenabile generato dalla rendita e della conservazione musealizzante.

Carlo Scarpa Fondazione Querini Stampalia - Venezia

Pochi i geni che hanno illuminato l’Italia negli ultimi 150 anni: Giuseppe Terragni e Carlo Scarpa che, guarda caso, hanno saputo magistralmente collocare le loro architetture nel tessuto storico della città. Il primo con sapiente ruvidità, il secondo con distillata inventiva.

L’Italia dunque, l’Italia dell’architettura e del territorio, è nel complesso peggiorata con l’Unità nazionale? È meno bella? Occorre avere l’onestà di dire sì.

Può sembrare paradossale ma nel corso degli ultimi decenni un difensore forte, se non il principale, del patrimonio storico, artistico e ambientale del Bel Paese è stata la Corte Costituzionale. Nel profluvio legislativo che avvilisce la vita nazionale, aggrovigliato ulteriormente dalla devoluzione regionale e locale per una perversa ed incompiuta riforma federalistica [2], la Corte Costituzionale ha saputo individuare principi saldi e chiari che affondano la loro ragion d’essere nella nostra storia.

Per esempio:

  • Il paesaggio è la «forma del territorio e dell’ambiente» Sent. N. 196 del 2004
  • Il paesaggio è un «valore primario assoluto» Sent. N. 367 del 2007
  • L’ambiente è «un bene della vita, materiale e complesso, la cui disciplina comprende anche la tutela e la salvaguardia della qualità e degli equilibri delle sue singole componenti» Sent. 378 del 2007

La Consulta sembra avere idee molto chiare a riguardo di quel bene unico, irriproducibile e inestimabile che è il Paese dove viviamo e che abbiamo in prestito da coloro che verranno dopo di noi. Certamente più chiare di politici, burocrati e legislatori.

Pensate allo smarrimento che ci coglie quando percorriamo i tristi suburbi delle nostre grandi città costellati di villette, capannoni e cascine abbandonate, di maglie stradali labirintiche e di vicoli a fondo cieco.
Pensate alla rabbia che proviamo quando confrontiamo le foto d’epoca di una costa marina con la situazione odierna o le mappe storiche di un paesino con lo sprawl indecente dal quale è contornato il suo centro originario.
Pensate allo sconcerto di fronte all’incapacità dimostrata dal regime democratico postbellico di generare città e territori ben progettati, ragionevoli rispetto ai bisogni dei cittadini o magari solo esteticamente confortanti.
Si potrebbe arrivare a pensare che il territorio si modificasse egregiamente fintanto che gli interventi umani erano spontanei e che invece, una volta istituita l’Urbanistica [3], le cose siano peggiorate. Scherzi della Storia.

Ma perché un organo di garanzia come la Corte Costituzionale è diventato nel corso degli ultimi anni un presidio limpido della qualità territoriale e una fonte illuminante anche per gli operatori del settore? Semplicemente perché nel coacervo normativo italiano, riflesso e causa della confusione dei poteri pubblici e delle clientele private, un richiamo ai principi fondativi del diritto e del senso appare paradossalmente innovativo, quasi rivoluzionario.

E oggi è più che mai necessario e urgente tornare a principi ispiratori fondamentali, anche e proprio per orientare l’agire quotidiano.

Sobborghi nord di Milano: 1788 / 2010

Sobborghi nord di Milano: 1788 / 2010

Link dimostrativo (divertitevi!)

Bibliografia/Sitografia


[1] «Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità (burocrazia, efficienza, organizzazione) che non esitano a subordinare le esigenze proprie dell’uomo alle esigenze specifiche dell’apparato tecnico. Tuttavia ancora non ci rendiamo conto che il rapporto uomo-tecnica si sia capovolto, e per questo ci comportiamo ancora come l’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona e basta». Umberto Galimberti – Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, 1999

[2] Si intende la Legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 ossia al cosiddetta riforma del titolo V della Costituzione. Per un utile confronto tra il testo soccombente e quello sopravvenuto si veda questo PDF reperito presso l’Università di Bari.

[3] La legge 17 agosto 1942, n. 1150 ha introdotto e disciplinato l’urbanistica in Italia disponendo per la prima volta una serie di piani ordinati gerarchicamente.

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